Pakistan
K2
Una spedizione femminile italo-pakistana, e i legami che valgono più della cima.

Ricevo una telefonata totalmente inaspettata a settembre 2024, sono in sala d'attesa dal fisioterapista ed un tale Agostino Da Polenza (che nella mia “ignoranza” storica non conoscevo ancora) mi invita a far parte della spedizione femminile italo-pakistana che si sta formando per scalare il K2 la prossima estate. Si tratta del settantesimo della prima ascensione italiana alla montagna ed il Club Alpino Italiano ha abbracciato il progetto di una spedizione celebrativa così definita.
Viaggio immediatamente con la testa a quel lontano 1954 quando si sparse la voce tra la comunità alpinistica italiana che i migliori alpinisti sarebbero stati selezionati per conquistare la vetta di quella montagna allora inviolata, così lontana, grande e difficile. Trascorsi poi un paio di mesi, i migliori alpinisti ricevono una lettera vincente di convocazione per partecipare alla spedizione.
Nel 2024 i fatti accadono un po' diversamente, non c'è dubbio, a partire dal fatto che il K2 non è più inviolato, le comunicazioni avvengono via telefono e non via posta, la squadra non si forma in base ai migliori ma a tanti altri fattori, la montagna non si conquista bensì si scala, non c'è patriottismo che mi spinga a piantare una bandiera nazionale ma una sfida puramente personale..
Ma tutto questo contesto moderno si fonde immediatamente nella mia immaginazione con i nomi di Bonatti, Madi, Compagnoni, Lacedelli, Cassin, Desio.. E dopo una prima esitazione, ordino i miei primi scarponi da 8000 metri, definisco un piano di allenamento specifico e abbraccio il progetto con estrema dedizione.
Decido indiscutibilmente di affrontare la salita senza ossigeno, una decisione fondamentale dal mio personale punto di vista per mantenere il carattere reale e sportivo dell’impresa.
Il 16 giugno siamo un gruppo di persone all'aeroporto di Malpensa in partenza per il Pakistan, destinazione: campo base del K2. Ho avuto modo di conoscere solo qualcuno del gruppo, meglio fra tutte le mie compagne Federica e Anna con le quali ho condiviso diversi allenamenti pre-partenza; qualcun altro di sfuggita per la strada; qualcun altro ancora al telefono per sistemare aspetti logistici..
Ma ci son volti che non ho mai visto prima e neanche capisco se fanno parte del nostro gruppo o meno. Non sono mai partita per una spedizione con un gruppo così numeroso, osservo quei volti sconosciuti e temo che possano privarmi dell'intimità che cerco da un'esperienza simile. Invidio la disinvoltura di chi tra noi già si scambia battute, mentre io mi rifugio ancora per poco nella solitudine di un libro o nel telefono, finché posso, dove si cela la familiarità dei rapporti consolidati di casa.
Questi volti sconosciuti diventeranno in breve tempo e in modo del tutto naturale e inconsapevole, la mia società per i prossimi due mesi.
E proprio io che inizialmente non ho parole in eccesso da dispensare, mi adatterò così bene al nuovo entourage umano da non voler lasciare il campo base neanche quando ormai tutti sono partiti e le tende non ci sono più. Mi affezionerò così tanto ad alcuni dei miei compagni di viaggio, da faticare poi, una volta rientrata in Italia, ad allargare nuovamente la mia società al numero reale di persone che la compongono.
Mi adeguerò così perfettamente alla visualizzazione di un unico obiettivo, da non riuscire più a conciliarne diversi.
Quello che ha reso la mia spedizione al K2 così bella e importante è stato il campo base, ovvero il campo base come immagine di quello che rappresenta.
Dopo giorni di viaggio e aggiustamenti logistici, ha inizio il trekking lungo il ghiacciaio del Baltoro: sette giorni di lento cammino attraverso il più grande bacino glaciale dell'Asia, dove giorno dopo giorno la vastità della valle e la grandiosità delle montagne che ci circondano mi spogliano dei miei timori e della mia corazza e semplicemente comincio ad essere Io, lì, nel presente e al 100%.
La natura e l'assenza di qualsiasi connessione con l'esterno mi hanno sempre fatto quest'effetto, perché ovviamente è più facile relazionarsi tra persone senza ombre del passato o del futuro che non possiamo afferrare salvo intime conoscenze. Non per tutti ovviamente è stato possibile abbracciare il solo presente, però per me sì e quindi è stato anche possibile assorbire eventuali preoccupazioni o desideri di altri, perché era un po' come ci fosse dello spazio disponibile in me.
Il 29 giugno raggiungiamo il campo base ed è qui che la scalata del K2 che, inizialmente, rappresentava per me una sfida del tutto personale, si è trasformata immediatamente in una missione di gruppo: non era più il mio obiettivo bensì l'obiettivo di un intero gruppo composto da persone con ruoli diversi, e il mio ruolo era quello di camminare fisicamente su quel pendio, io ero l'alpinista.
Come si svolge di fatto la salita di una montagna di 8000 metri lungo la via normale (8611 metri per l'esattezza, nel caso del K2)? La salita richiede molto tempo e pazienza per la necessità di acclimatamento, che ognuno vive col proprio ritmo ma sostanzialmente richiede almeno un mese di tempo, durante il quale si sale progressivamente di quota per qualche giorno, per poi scendere al campo base, dove grazie al fatto di perdere di nuovo quota, il corpo può recuperare lo sforzo dei giorni precedenti e assimilare le nuove condizioni fisiologiche a cui è stato sottoposto.
La permanenza in quota è scomoda, fredda ma soprattutto poco piacevole a causa del mal di montagna, ovvero nausea, mal di testa, mancanza di appetito, difficoltà a bere, diarrea, perdita di equilibrio che inevitabilmente ti colpiscono nel processo di acclimatamento.
Quindi bisogna essere inesorabilmente disposti a soffrire e a salire molto lentamente, perché più lentamente guadagni la quota, meno fastidiosi saranno i sintomi del mal di montagna.
Il mio mese di acclimatamento si è svolto esattamente così, se non ché a tutti i disagi della quota si è aggiunto anche quello del mal tempo (spesso presente su queste montagne). A causa del maltempo la quota massima che sono riuscita a raggiungere durante il mese di acclimatamento è stata 7000 metri, dove son rimasta per quattro ore con i miei tre compagni di salita, chiusa in una tendina da due persone, decisamente troppo piccola per ospitarci e resa ancor più piccola dal forte vento che ne piegava le pareti. Ma forse proprio le condizioni difficili ci hanno reso ancor di più fondamentali l'uno per l'altro.
Eravamo quattro donne italiane e quattro donne pakistane, ma le cordate e le amicizie si sono talmente mescolate durante la spedizione, che questa divisione non è mai esistita e dal momento in cui lasciavo il campo base per salire sulla montagna eravamo io e la Ming; io la Ming e l'Anna; io, la Ming, Majo e Fede; io, Tommy e Sellino.. e di volta in volta compagni diversi, a seconda di chi quel giorno aveva il mio stesso ritmo o la mia stessa quota prescelta per la notte.
Si sono condivisi i desideri che l'alta quota fa scaturire in modo estremamente sensibile, si sono condivisi gli sforzi di cucinare un tegame di tortellini in brodo sferzati dal vento, si sono condivisi i materassini e i sacchi a pelo di chi li aveva già sù ai campi alti, si sono condivise le tende, parole di incoraggiamento e parole di sconforto, tanta musica che non ci facesse pensare alla nausea.
E poi si scendeva di nuovo al campo base, dove la semplicità di una brocca d'acqua calda per lavarsi, l'appetito per un pasto dai sapori pakistani e la nostra magnifica tenda comune dove riunirsi per giocare a carte, leggere un libro, confrontarsi sulle strategie d'attacco e semplicemente rilassarsi, ci permetteva di consolidare la squadra e dimenticarci del malessere vissuto più sù in quota.
Il K2 è una montagna bellissima, la vedo per la prima volta da Concordia (l'ultima tappa del trekking) e poi da lì ci sovrasta sempre, imponente e silenzioso. Ogni tanto scompare avvolto dalle nuvole ed ogni tanto si scuote rumorosamente la neve di dosso, con una pesante valanga o il crollo di un enorme seracco.
Non ho mai avuto paura di salirci, forse grazie al fatto di non essermi mai sentita sola. Ho avuto paura però delle reazioni inaspettate che avrebbe potuto giocarmi l'altissima quota, e forse questo mi ha fermato dal continuare a salire il fatidico giorno del tentativo di vetta. Non mi è mai sembrata una montagna impossibile, men che meno quando ho finalmente cominciato a vederla e salirla; però non ho mai veramente creduto che sarei stata capace di raggiungere i suoi 8611 metri di vetta senza ossigeno, come indiscutibilmente avevo deciso di affrontarla..
E forse è stata anche questa mancanza di fiducia in me stessa ad impedirmi di continuare, quel famoso giorno del tentativo di vetta.
Ad ogni modo, il bel tempo sembrava non arrivare mai ma poi tutte le spedizioni presenti al campo base hanno concordato sulla data del 28 giugno per la finestra di bel tempo per tentare la vetta, e così, sebbene la finestra fosse breve, tutto ha cominciato a ruotare intorno a questa data.
Sono stati giorni irrequieti al campo base perché tutti si preparavano, pur esprimendo i propri dubbi sullo scarso acclimatamento fatto e sulla brevità della finestra di bel tempo disponibile. Io e i miei compagni, sfortunatamente, eravamo scesi dall'ultima rotazione solo due giorni prima e il nostro corpo sicuramente non aveva tempo a sufficienza per recuperare appieno le forze. Però al meteo non si comanda, quella era l'unica data disponibile e ci siamo fatti coraggio a vicenda per partire di nuovo.
La nostra strategia è stata quella di partire un po' più tardi per avere così qualche ora in più a disposizione al campo base. Così facendo però avremmo dovuto riposare a campo 1 e poi a campo 2 solo qualche ora, perché sennò saremmo stati in ritardo rispetto a questo 28 giugno. I brevi riposi ai campi alti sono stati ancora più brevi del previsto, a causa delle tende occupate da altre persone e dalla difficoltà di sciogliere la neve per idratarci e mangiare. Ci siamo così ritrovati ad accumulare troppi metri di dislivello consecutivi senza concederci il riposo di cui avevamo bisogno.
Il risultato è stato che ho sofferto di un gran mal di stomaco praticamente per tutta la salita fino a quando è diventato quasi insopportabile oltre quota 7000 e mi ha rallentato così tanto la progressione da raggiungere campo 3 (a quota 7300 metri) totalmente sfinita e nel tardo pomeriggio. Di nuovo, il riposo a quella quota non è stato sufficiente, il mal di stomaco mi ha impedito sia di bere che di mangiare e il corpo, l'indomani, non ha avuto la forza di continuare la salita oltre ad altri pochi metri di tentativo. Ho fatto così dietro-front, salutato Majo pochi metri davanti a me e con il suo sguardo triste nel cuore, sono rientrata alla tenda dove con Federica abbiamo affrontato la lunga e lenta discesa per tornare al campo base.
Inizialmente il sollievo di sentirsi meglio grazie al fatto di perdere quota ci ha fatto tornare a ridere e scherzare, come al nostro solito.
Un po' alla volta però il dispiacere di non avercela fatta e il pensiero dei nostri compagni ancora lassù sulla montagna, hanno preso il sopravvento ed i giorni seguenti sono stati molto carichi di emozione, tensione, dubbi ed infine felicità pura quando finalmente abbiamo potuto ri abbracciarci tutti quanti.
Il primo vero abbraccio l'ho ricevuto proprio da quell'Agostino Da Polenza che fino a pochi mesi fa non conoscevo e che poi invece mi è diventato così “vicino” da indurlo ad un abbraccio davvero sincero e profondo quando mi ha visto rientrare dalla montagna sana e salva, da aprirmi il cuore e scacciare ogni possibile pensiero di averlo deluso o di aver sconfitto me stessa.
I successivi abbracci sono stati quelli di quei nuovi amici che ho conosciuto al campo base e che sono arrivati a quote più alte di me, alcuni addirittura in vetta, e che grazie a questi abbracci mi hanno regalato un po' della loro salita, in qualche modo hanno portato lassù anche me.
E gli ultimi sono stati quelli di Majo e Fede, quando finalmente ho potuto vederli scendere sani e salvi e chiudere così un cerchio che altrimenti si sarebbe rivelato un buco nero.
Non ho raggiunto la cima del K2, ma la vetta di una tenda al campo base e dei legami speciali che essa simboleggia, decisamente più alti di 8611 metri.
Come dalla famosa citazione di Roger Baxter Jones: “Tornate sani, tornate amici, arrivate in cima: in questo preciso ordine”.
Storia successiva: Kalypso