Torri di Trango · Karakorum, Pakistan
Trango Link-up
Tre cime del gruppo di Trango concatenate in autonomia, nove giorni di push e un campo base che non c’è più.

Il Trango Link-up è stato il concatenamento di tre cime nel gruppo di Trango, nel Karakorum pakistano, in totale autonomia. Una spedizione durata un mese e mezzo e culminata con un push di nove giorni consecutivi sù e giù per queste magnifiche montagne che sono le Torri di Trango. Si è trattato di un tempo lunghissimo, durante il quale ho soppesato ogni singola ora perchè difficile, faticosa, estenuante e perché, sebbene desiderassi sempre che scorresse più in fretta (per tutti questi motivi), al tempo stesso avevo bisogno di più tempo perchè il bel tempo a disposizione non era sufficiente per concatenare tutte le cime. Le scalate sono sempre una corsa contro il tempo perché le pareti sono lunghe e si scalano quasi solo nelle ore di luce. Però in questo caso è stata ancora più una corsa contro il tempo perché le pareti si sono rivelate ancora più grandi e difficili delle stime e perché eravamo sempre stremati dalla fatica dell’alta quota. Ma in più, mi ha sempre accompagnato questa sorta di desiderio viscerale di arrivare alla fine perché era tutto così complicato e poco confortevole che la sensazione della corsa contro il tempo è diventata un po' paradossale.
Nove giorni sono lunghi e pieni però quel che ha fatto seguito lo è stato altrettanto ed è forse proprio dal nono giorno che riesco a cominciare il racconto di questa epopea.
22 luglio 2026
Ci svegliamo al grande blocco di granito che funge da campo base avanzato sotto una pioggia lieve ma persistente, fradici dalla pioggia cominciata la sera precedente, un'ennesima conclusione di giornata a frontale accesa. Siamo nel bel mezzo di un ripido canalone ghiaioso che con la forza delle piogge si può trasformare in una trappola infernale. Dove siamo è riparato ma dovremo trovare il momento giusto per andarcene, e poi farlo in fretta. Fortunatamente, siamo un po' ristorati da una notte in una tenda più grande e un sacco a pelo a testa, dopo otto notti in una tenda da bivacco da uno, un unico sacco a pelo e materassino condivisi.
Abbiamo tantissimo materiale da portare giù, tutto quel che abbiamo usato e tutto quello che avevamo previsto come extra, tantissimo cibo che non abbiamo mangiato.
La finestra di bel tempo si è conclusa. Finisce così la nostra traversata, costretti dal meteo e dalle nostre energie tanto fisiche quanto mentali, che hanno raschiato il fondo. Siamo contenti di avercela fatta, anche se per una traversata più corta di quella sognata, ma talmente stanchi e in uno stato di disagio, da non riuscire a dare ascolto alle emozioni. Ci serve la doccia calda, un cambio di vestiti comodi, del cibo vero e della quiete da campo base per poter rielaborare tutto quel che abbiamo vissuto in questi giorni. E invece..
Una chiamata di Diego (videomaker di spedizione) in radio ci coglie come l'ennesimo schiaffo in faccia della settimana: una brutta frana è crollata questa notte alle 2 sopra al campo base, è tutto distrutto, loro stanno bene ma ci sono dei feriti nel campo vicino occupato da un gruppo di Baschi che non abbiamo conosciuto perché arrivati finché eravamo sù in montagna. Hanno già chiamato i portatori per lasciare il campo, dovrebbero arrivare tra due giorni.
Cogliamo immediatamente la gravità della situazione, ci carichiamo gli zaini più che possiamo e scendiamo i mille metri di canale. Alla fine, poco prima di girare la parete ed essere in vista del nostro campo, ci fermiamo due minuti per dirci l'un l'altro che ora non troveremo nulla di quel che abbiamo sognato al BC ma che non ha importanza, ci sarà da tenere duro ancora e dare supporto a chi ne ha bisogno. Stiamo per ripartire ma mi risiedo subito, ho bisogno di un minuto in più da sola prima di vivere quel che ci aspetta, solo per buttare fuori qualche lacrima e dire a me stessa: "è finita, ora si apre un altro capitolo". E così è stato.
Arriviamo al campo base e il campo non esiste più. Diego, Habbas e Pargwana (guida e cuoco pachistani) sono sconvolti, gli si legge la paura e lo sconforto in volto. Sono vivi per miracolo e bravi abbastanza da aver già allestito un ricovero con i pezzi di tenda recuperati e sbrandellati. Le nostre cose, bene o male, ci sono tutte ma inzuppate di fango, acqua e sabbia. Ci sono quattro persone ferite, una spalla, una mano, un piede e il più grave alla testa. Il più grave giace a terra con le bende inzuppate di sangue e antidolorifici per sopportare il dolore. C'è una terza spedizione al campo, un gruppo di italiani che aiutano tutti con una gentilezza e dedizione incredibili: il loro campo non è stato colpito dalla frana. Seguono così due giornate di pioggia intermittente un po' al riparo nelle tende degli altri ragazzi italiani, che accolgono tutti a braccia aperte, un po' nelle nostre tende umide, in attesa dei portatori per lasciare il campo e soprattutto del soccorso per gli spagnoli. L'elicottero non vola con il maltempo di questi giorni. Arriva infine una squadra di quattro soccorritori totalmente improvvisata alla pachistana, che effettua l'evacuazione del ferito alla testa in barella. Noi partiamo l'indomani, felici di avvicinarci anche noi alla fine di questo disagio.
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14 luglio 2026
Siamo pronti e motivati per il push. E' trascorso circa un mese dal nostro arrivo al campo base ed ora è da una settimana abbondante che siamo fermi per il meteo instabile: abbiamo quindi il giusto acclimatamento e il giusto riposo in corpo. Non è ancora ben definito se il bel tempo che dovrebbe arrivare e stabilirsi per circa cinque giorni, arriverà veramente oggi o domani ma decidiamo di partire perché abbiamo bisogno di più giorni possibili per la traversata e se riuscissimo ad anticipare la finestra di un giorno verrebbe comodo. Inoltre, abbiamo un canale infernale di ghiaia e massi instabili lungo 1300 metri da risalire per trovarci sul colle tra il Castle (versante nord-est) e la Great Trango Tower (versante sud), dove cominciare la traversata.
Purtroppo, come sempre, in montagna i programmi cambiano e il bel tempo non sembra concederci affatto l'anticipo di un giorno. Partiamo la mattina di buon'ora dal BC e raggiungiamo il colle prefissato verso mezzogiorno, appena in tempo per ripararci dentro la nostra microscopica tenda perché comincia a nevicare. Nevica tutto il pomeriggio, la parete del Castle che già era bagnata fradicia non cambia di una virgola, anzi. Rimandiamo all'indomani la scalata al Castle, con queste condizioni non è possibile.
15 luglio
Il meteo non è minimamente migliorato, nevica a tratti e il sole non vuole fare il suo lavoro. Nella notte vomito, credo di aver fatto un blocco intestinale perché dopo un paio d'ore di nausea, esce tutto e lo stomaco si risistema. Però al risveglio sono fiacca. La parete del Castle, che potrebbe beneficiare di poche ore di sole la mattina presto per asciugarsi un po', è invece sempre più bagnata e avvolta dalle nuvole. Trascorriamo ancora molte ore rinchiusi nella mini tenda, al riparo dalla neve. Trovarsi così bloccati per il mal tempo in questa tenda, ad inizio progetto, è sconfortante. Il pensiero di perdere giorni potenzialmente a nostra disposizione e di distruggerci già la schiena in partenza perché stiamo in una tenda alta 50 centimetri e larga un metro, in due, con un unico materassino e un unico sacco a pelo in due, fa innervosire ma al tempo stesso, proprio perché all'inizio, siamo molto pazienti e carichi di spirito per quel che ci aspetta.
Purtroppo però, il fatto di non aver potuto guadagnare giorni sulla finestra di bel tempo di cinque, forse sei, giorni; unitamente al fatto che sul Castle non eravamo riusciti a concludere la via nuova che avremmo voluto salire per cominciare la traversata e che quindi, riservandoci ancora le incognite dell'apertura, ci riservava anche le incognite sul tempo necessario a salire in vetta; decidiamo dopo infinite titubanze di tralasciare il Castle e cominciare la traversata dalla Great Trango Tower.
16 luglio
La sveglia suona nella notte (in Pakistan in questo periodo dell'anno albeggia verso le 4 del mattino), ma la carica per cominciare finalmente la nostra traversata non ci fa titubare nel consumare una frugale colazione liofilizzata, chiudere tutto il materiale da bivacco negli zaini e partire. Attraversiamo il tratto finale di cresta che separa il Castle dalla Great e, all'incirca con le prime luci, cominciamo la salita vera e propria della Great, congiungendosi a quella che è la via "American route" (Hennek, Morrissey, Roskelley, Rowell, Schmitz). Si tratta di una via di misto, sicuramente da affrontare con un po' di anticipo sulla stagione rispetto a quando ci troviamo noi. Inoltre, quest'anno in Pakistan fa particolarmente caldo (come un po' in tutto il mondo, d'altronde) e le condizioni di questo itinerario ne risentono molto. La neve è molla nella parte bassa, dove si impenna il versante invece e speravamo di trovare ghiaccio, troviamo invece roccia un po' sporca di neve, non facile da salire con piccozze e ramponi. Poi segue di nuovo un gran catino innevato, condizioni stranamente discrete. Dopo questo tratto invece, cominciano i veri problemi: la neve è come zucchero ma il terreno si fa ripido e sfondiamo fino alla vita senza riuscire ad avanzare. Ci sono anche diversi tratti di roccia, non facili da affrontare sempre con piccozze e ramponi. La relazione che possediamo è una semplice foto aerea della parete con una linea rossa che segna l'itinerario ed è difficile capire esattamente dove passare, cosa che ci costerà un paio d'ore di scalata inutile per riportarci sulla via più efficiente per la vetta.
Speravamo di riuscire a scalare la Great in giornata e non abbiamo portato con noi cibo per il bivacco. Non volevamo sicuramente dormire in cima perché la notte in quota va a gravare sul recupero delle fatiche. Abbiamo tutto il necessario per bivaccare sulle spalle, eccetto gas e cibo perché lo troveremo dall'altro lato della montagna, dove nelle settimane precedenti abbiamo organizzato i vari depositi. Anche questo dettaglio ci costerà una perdita di energie importante perché le condizioni sono molto difficili e siamo costretti a continuare un paio d'ore di sera, illuminati dalle nostre lampade frontali, per poter raggiungere il primo posto accettabile per aprire la piccola tenda e provare a scaldarci un po' nel sacco a pelo. Siamo su una selletta a 6000 metri, solo 200 metri ci separano dalla cima ma siamo sfiniti e congelati: le ultime due ore col buio sono state estenuanti, sia per la difficoltà di progressione sia per il freddo. Tremiamo e l'unica cosa che riusciamo a fare è infilarci nel sacco a pelo vestiti e provare a scaldarci nell’abbraccio.
17 luglio
La cresta che ci separa dalla vetta è inizialmente semplice, poi un po' più esposta e crepacciata ma si tratta solo di 200 metri e il sole del giorno ci riscalda e dona un po' di energia. Purtroppo, le poche ore di ristoro nella mini tenda, a 6000 metri e senza cibo, ci hanno lasciati un po' stravolti e nonostante il terreno ora sia più semplice, saliamo lenti. Ma presto siamo in vetta, 6286 metri: la prima vetta! Il meteo è splendido e il panorama è mozzafiato su alcune delle più grandi e importanti montagne della terra. Per un attimo dimentichiamo la sottigliezza della cornice su cui posiamo i nostri piedi, e ci godiamo la bellezza di questo luogo.
Scendiamo poi la Great lungo la sua via normale, ovvero un grande ghiacciaio ripido dove si scende veloci, prestando solo attenzione ad alcune enormi seraccate che forzano il passaggio talvolta a sinistra, talvolta a destra, e talvolta in corda doppia su abalakov.
Il versante è così ripido e diretto che vediamo sin da subito il colle che ci aspetta per il successivo bivacco, là dove abbiamo fatto il deposito nella prima settimana di spedizione.
Arriviamo al colle abbastanza presto, abbiamo tutto il pomeriggio per ristorarci.. Anche se il sole è così forte e la nostra tenda talmente piccola, che non è facile trovare pace.
18 luglio
Scaliamo la Little Trango Tower (circa quota 5445 metri) lungo la via PM Wall. Anche di questa via non abbiamo alcuna informazione specifica, solo un tracciato rosso su una foto della parete, però è abbastanza evidente perché si infila in un sistema di camini e fessure fuori misura che portano dritte in cima. La salita procede bene, siamo a nostro agio sulla roccia e in qualche ora siamo in cima. Non sarà altrettanto lineare la discesa perché ci troviamo costretti ad attrezzare tutte le soste di calata e cercare la linea migliore per evitare che le corde si incastrano. Insomma, quella che poteva essere una via totalmente fluida, ha avuto non poche complicazioni in discesa.
Ad ogni modo, rientriamo alla tenda nelle prime ore del pomeriggio e fa un caldo pazzesco. Da qui, dobbiamo scendere una sezione parecchio esposta alla caduta sassi, soprattutto con le condizioni attuali di scioglimento importante della neve, e cerchiamo di muoverci veloci giù per questo pendio. La neve è molla, il caldo è torrido, diverse scariche di sassi ci accompagnano nella discesa ma tutto va bene fino al successivo deposito dove trascorreremo la notte. Siamo ad un centinaio di metri di distanza dal colle da cui comincia la via Eternal Flame sulla Nameless Tower. Ceniamo e bivacchiamo alla quota più bassa degli ultimi quattro giorni e ne sentiamo subito i benefici. Tra il tempo perso a riorganizzare tutto il materiale per la prossima via, sciogliere neve per bere e cucinare e l'indomani, cenare ecc. finiamo per esser pronti a coricarci col sopraggiungere del buio. La temperatura è inaspettatamente mite, teniamo la tenda aperta tanto non si respira. Siamo stanchissimi, confidiamo in un colpo di bacchetta magica per darci l'energia necessaria per scalare la Nameless.
19 luglio
Altrochè bacchetta magica, dormiamo pochissimo questa notte e le sensazioni al risveglio sono pessime. A me, in più, è arrivato il ciclo con un anticipo totalmente inaspettato e sono sconsolata da questo disagio anticipato. Siamo veramente stanchi, solo una lunga notte ristoratrice avrebbe potuto donarci nuovo spirito, e invece ci sentiamo ancora più a pezzi della sera precedente. Però abbiamo una missione davanti (e molto bella per altro!) per cui senza nessuna esitazione ci mettiamo in moto verso la parete. Risalire il canale ci costa fatica, così come muovere i primi passi sulla roccia. Poi però scatta qualcosa: la sensazione fisica non migliora ma le condizioni meteo e la via sono talmente perfetti, che ci investono di nuovo entusiasmo. Stefano conosce la via, ci ha trascorso 9 lunghi giorni due anni fa in solitaria..! La sua conoscenza della via ci fa procedere veloci, senza dubbi. Per me è tutto nuovo e la perfezione incredibile di questa linea mi lascia attonita: si susseguono lunghe fessure regolari di misura perfetta da scalare, su uno scudo di roccia color arancione infuocato dal sole. Capisco perché la via ha guadagnato la fama di miglior via al mondo! Sono troppo contenta di scalare su roccia.. e su questa roccia!
Saliamo no stop. Una breve pausa alla prima grande cengia, cosiddetta Sun Terrace, per sciogliere neve e ri-riempire le borracce e poi di nuovo sù no stop. Gli ultimi tiri prima della seconda grande cengia (Snow Ledge), dove abbiamo pianificato di trascorrere la notte, ci colgono nuovamente col buio. Non appena sopraggiunge il buio le temperature precipitano e, come causa e conseguenza, la progressione si fa lentissima. Saliamo così ancora per un paio di ore, estenuanti, trattenendo i tremori ad ogni sosta, finché sbuchiamo sulla cengia e piantiamo la tenda. Io sciolgo neve, so che devo assolutamente bere e mangiare per poter proseguire l'indomani, Ste è ancora più distrutto e dopo aver vomitato liquido, riesce solo a bere senza mangiare.
20 luglio
Aspettiamo il sole per ripartire e, con il sole, quel senso di benessere apparente che solo il calore dei raggi sulla pelle ci può donare. La via è ancora splendida e l'entusiasmo per la vetta che si avvicina tiene alto il morale. Uno degli ultimi tiri prima di cominciare la sezione finale di misto è da antologia: fessura regolare vicina al bordo di uno spigolo sospeso a 6000 metri di altezza in uno dei luoghi più belli della terra. Lo scalo con qualche pausa, sia perché l'altitudine non mi permette di avere fiato a sufficienza per scalarlo in continuità, sia perché devo guardarmi attorno: è un momento troppo irripetibile per non goderne appieno.
Poi il misto, procede Ste a sangue freddo, le condizioni sono pessime per il caldo di questi giorni. E poi una ventina di metri di neve portano alla cima, 6238 metri. Ho visto quest'immagine di vetta, da questa prospettiva, così tante volte nel film di Ste “Eternal Solo”, che mi sembra di essere io stessa dentro al film, ora. Ste mi lascia arrivare per prima, tocco il sasso della cima e trovo esattamente quel pezzo di ferro che gli ho visto toccare tante volte nel film. Qualcosa scoppia dentro di me. C'è anche lui, subito dietro di me. Non riesco a credere di essere salita quassù anche io, ora. Di essere in qualche modo entrata nel suo film a cambiarne la trama. Mi giro verso il K2, voglio vederlo perché due anni fa, in questo preciso momento Ste tocca il ferro incastrato sul sasso di vetta e mi cerca, lassù sul K2. Il K2 invece, è avvolto dalle nuvole: c'è una giornata splendida e tutto ben visibile all'orizzonte tranne il K2, più alto di qualsiasi altra montagna e per questo capace di catturare nubi imprevedibili. Ste dice che è giusto perché ora io non sono là ma quassù insieme a lui, quindi non serve vederlo. Wow.
Un paio di minuti di emozioni quassù ancora e poi giù, ci spettano mille metri di discesa in corda doppia e pochissima voglia di ritrovarci alla luce delle frontali. Tutto fila liscio, salvo la prima corda doppia che si incastra ben due volte e ci fa perdere più di un'ora tra risalite e tentativi di discesa. Dormiamo nel posto di bivacco dove abbiamo già dormito prima di scalare la Nameless.
21 luglio
Oggi è l'ultimo giorno sfruttabile della finestra di bel tempo. Già nel pomeriggio il meteo dovrebbe chiudersi e sopraggiungere il brutto ma poi dalla notte è previsto tempo pessimo per almeno una settimana. Dobbiamo giocarci l'ultimissima cartuccia di energia e motivazione e provare a scalare anche il Monk. Ci aspettano prima 400 metri di dislivello su canale innevato, dove le condizioni della neve, come al solito, ci spremono le poche energie rimaste. Un po' in ritardo sulla tabella di marcia, cominciamo a salire la parete del Monk. La prima parte è facile ma dobbiamo schivare un paio di zone di crolli. La seconda parte invece è molto difficile: si susseguono tiri complicati da leggere e altrettanto da proteggere, dove stranamente è ancora nascosto il ghiaccio e questa volta noi i ramponi non li abbiamo portati. Non abbiamo le protezioni adatte, purtroppo come le altre vie non abbiamo informazioni su difficoltà, materiale necessario o altro e quel che ci ferma definitivamente a tre tiri dalla cima, è un tiro lungo di artificiale puro da farsi con peker e chiodi: abbiamo in tutto tre chiodi e una piccozza per batterli. L'alternativa è un tiro di offwidth bagnato da proteggersi con i friend grandi numero 5 o addirittura 6, e la nostra dotazione si ferma al 4.
Il meteo sta chiaramente cambiando, ormai il sole è scomparso e le nuvole cariche di umidità ci girano attorno da un po'. A malincuore siamo costretti a rinunciare alla cima e cominciare la discesa. Comincia a nevicare sulle ultime doppie e a piovere a mano a mano che scendiamo di quota.
Come quasi ogni giorno, anche oggi si accendono le frontali per continuare ancora un po' fino al campo base avanzato. Lì abbiamo finalmente una tenda da due persone che ci aspetta, un altro sacco a pelo, un altro materassino e cibo in abbondanza. Il pensiero di quel comfort aggiuntivo che ci aspetta e la consapevolezza di aver bene o male finito, di non dover più l'indomani spremere le poche energie rimaste, mi fa rilassare ma al tempo stesso sentire ancora più stanca. Mi sento come incapace di provare emozioni. Incapace di realizzare che è finita e di congratularmi, con me stessa e il mio compagno, per la pazzesca avventura condivisa. Tanta fatica e tanta bellezza insieme si mescolano dentro di me.
Storia successiva: Via Collaborazione