Sato Pyramid · Nepal
Kalypso
Una prima salita in una valle del Kangchenjunga dove nessuno metteva piede da anni.

Da anni sognavamo di andare in Himalaya per una spedizione esplorativa, l’idea di mettersi in coda su una montagna commerciale però non ci ha mai esaltato. Avevamo per la testa l'obiettivo di trovare qualche posto dove ancora nessuno avesse messo piede. Abbiamo spesso a raccogliere informazioni da chi ci era già stato ma purtroppo non tutti gli alpinisti sono disponibili a svelare i loro segreti e quindi l’idea di un viaggio in Nepal è sempre svanita sul nascere. Quest'anno invece ce l'abbiamo fatta: grazie ad un contatto giusto sono arrivate le informazioni necessarie da cui poter iniziare la ricerca.
Il suggerimento di qualche valle dove alcune cime sono ancora inviolate è solo il punto di partenza, da qui bisogna mettere i puntini sulla mappa, capire se e come sono raggiungibili i luoghi, confrontarsi con incongruenze di nomi, foto e quote relative ad ogni cima e individuare poi alcuni soggetti come agenzie locali o proprietari di lodge in loco in grado di supportare la logistica.
Così, la nostra ricerca ci ha portato alla scoperta della catena degli Sharphu: una catena di diversi 6000 nella valle del Kangchenjunga, nell'estremo nord est del Nepal, al confine con il Tibet a nord e con l’India ad est. ll nostro obiettivo iniziale era lo Sharphu III, una montagna di circa 6200 metri ancora inviolata. A qualche giorno dalla partenza però, l’agenzia nepalese ingaggiata per quanto riguarda la parte di permessi e trasporti interni, ci ha comunicato che nell'Himalayan DataBase di riferimento per il rilascio dei permessi di arrampicata, la cima risultava erroneamente alta 6800 metri, il che faceva schizzare il costo del permesso di qualche migliaia di dollari. Per quanto dalle foto in nostro possesso lo Sharphu III fosse chiaramente più basso delle altre cime attorno, ufficialmente inferiori ai 6500 metri.. La nostra misera foto non aveva il potere di cambiare il database nepalese in una settimana! Abbiamo deciso così di spostare la nostra attenzione su un obiettivo diverso: il Sato Peak, anch'esso con una quota di circa 6200 metri e geograficamente raggiungibile dalla stessa zona.
Per scalare una montagna in Nepal bisogna prima "scalare" firme, carte e permessi apparentemente inutili e trasferimenti dalla capitale, centro nevralgico di tutte le attività per qualsiasi zona della nazione. Ci siamo addentrati nel Kangchenjunga National Park, dove quello che noi italiani chiamiamo "avvicinamento" richiede all'incirca una decina di giorni..! Ci imbattiamo così durante questa prima settimana in due lunghissime giornate come passeggeri di jeep su strade sterrate e senza alcuna regola, in altrettanto lunghe attese di persone che ci devono aiutare con il trasporto dell'attrezzatura nel passaggio dalla jeep al trekking e, dopo tre giorni, nella tanto attesa immersione nella natura che fa da padrona a questa valle.
Percorriamo il trekking che porta al Kangchenjunga base camp per quattro giorni: con partenza da Sekathum a quota 1550 metri e arrivo al piccolo villaggio di Kambachen a quota 4100 metri. Il paesaggio cambia notevolmente di giorno in giorno: si passa dalla giungla verde e rigogliosa, alle prime piane con arbusti bassi e pareti ripide ma ancora boschive, alle enormi valli glaciali chiuse da impressionanti cime di roccia e neve di 6000 e 7000. I piccoli lodge che ci accolgono sono case in pietra allestite per ospitare gli escursionisti con pochi basici servizi come i letti su assi di legno, una sala da pranzo con un focolare nel mezzo ed una turca esterna. La difficoltà di comunicazione lascia comunque intendere la disponibilità di queste persone a cercare di fornirti il meglio che possono, come il chapati caldo e cotto al momento, le omelette di uova appena covate e le zuppe di verdure appena colte dall'orto. La loro semplicità è d'ispirazione.. rispetto al nostro stile di vita occidentale, che a confronto risulta estremamente complesso.
Dal villaggio di Kambachen, abbandoniamo il circuito del trekking e ci addentriamo in una valle secondaria, dove con un'altra giornata di cammino arriviamo a stabilire il nostro campo base. Il campo base sorge su una piana erbosa racchiusa da dorsali moreniche ma protetta da eventuali crolli di roccia, ed è composto da una singola tenda due posti, un cerchio di sassi per fare il fuoco, un cerchio di sassi come toilette e niente di più. Siamo soli in questa valle silenziosa. Ci sono due soli rumori a farci compagnia durante queste settimane: lo sventolare di un paio di bandiere con le preghiere nepalesi che abbiamo legato ai tiranti della tenda ed un uccellino misterioso che cinguetta puntuale al sorgere e al tramontare del sole senza farsi mai vedere. La vista sullo Janu è incredibile: una montagna tanto affascinante quanto minacciosa di 7800 metri che ostacola l'intera valle del Kangchenjunga a qualsiasi altra visuale e presenta una larga parete che cade verticale col suo versante nord per circa 2000 metri.
Per il trasporto del materiale fino al campo base, ci siamo fatti aiutare da due yak guidati da un pastore locale. La nostra grande fortuna è stata che, a detta dello yak man, nella valle che avevamo individuato per posizionare il campo base non ci entrava più nessuno da parecchi anni, ma molti anni addietro proprio alcuni pastori vi si erano addentrati fino a quota 4500. Quel pascolo in seguito era stato abbandonato ma il nostro fidato yak man, agli albori della sua carriera da pastore, faceva esattamente parte di quel gruppetto che era arrivato sino a lì e ricordava un piccolo corso d’acqua nelle vicinanze. In questo modo, guidati dai loro sopralluoghi e dall'esperienza dello yak man, riescono ad installare il campo nella zona prescelta. L'acqua rappresenta un requisito fondamentale nello stabilire il posizionamento del nostro campo base: abbiamo cercato l'ultima fonte d'acqua disponibile alla più alta quota possibile (e raggiungibile dagli yak).
Una volta posizionato il campo base, salutiamo lo yak man: ci rivedremo tra un paio di settimane in data da comunicare tramite radio.. Per la seconda volta, come alla partenza del trekking, aspetteremo fiduciosi il suo arrivo senza possibilità di comunicare altrimenti! Da qui in avanti, ha avuto inizio la fase esplorativa per tracciare la via verso la base del Sato Peak. La montagna era già ben visibile, ma per raggiungerla c’erano diverse morene ed avvallamenti da attraversare.
Stabiliamo un ulteriore campo base avanzato a 5300 metri, appena sotto l’inizio del ghiacciaio, necessario per avvicinarsi alla parete e per l’acclimatamento. La salita verso il campo base avanzato è decisamente distruttiva: ci inerpichiamo carichi come muli lungo dorsali moreniche ripidissime, dove l'aumentare di quota e gli zaini pesanti che schiacciano i polmoni si fanno sentire nel respiro affannoso. La prima notte al campo base avanzato a quota 5380 non è per niente piacevole: il mal di testa e la nausea ci tormentano, soprattutto con il sopraggiungere del buio quando le temperature precipitano e la notte a -20/-25° C scorre lenta. Le ore di buio in questa stagione sono tante, dalle 5 e mezza del pomeriggio alle 6 del mattino circa, e l'escursione termica tra il giorno e la notte è molto accentuata.
Passano così i giorni, alternando giorni di riposo al campo base, salite al campo avanzato per il trasporto dell'attrezzatura, perlustrazioni lungo il ghiacciaio ed i diversi versanti del Sato Peak.
Il 31 ottobre lasciamo il campo avanzato intorno alle 4.30 di mattina ed iniziamo la salita lungo il ghiacciaio. E’ buio e fa molto freddo, non riusciamo a scaldarci e progrediamo lentamente, la temperatura si aggira intorno ai -20 Celsius ma sappiamo che dobbiamo resistere, tra qualche ora il sole sbucherà da dietro lo Jannu e porterà la temperatura a livelli più accettabili. La neve fa dannare parecchio, perché è profonda e inconsistente: fa arrabbiare che di notte ci sia un freddo così pungente da far soffrire.. ma poi sia addirittura troppo freddo da non sciogliere di giorno e quindi consentire di trovare il tanto ricercato "rigelo" notturno. Tracciamo così il ghiacciaio sprofondando a tratti fino al ginocchio e dopo quattro lunghe ore siamo al colle dove comincia la cresta.
Dopo qualche tentativo di attacco alla cresta, individuiamo il punto migliore dove salire ed inizia la scalata. Anche qui nei tratti più ripidi la neve non permette una salita agevole e cerchiamo sempre dei punti dove prevalga la roccia, anche se non sempre di qualità. La salita alterna tratti di roccia appoggiata dove procedere in conserva, a tratti più ripidi dove è richiesta invece una progressione a tiri. Tentiamo ripetutamente di testare la tenuta della neve nel versante nord che consentirebbe una progressione molto più veloce ma siamo sempre costretti a ricorrere alla roccia, dove riusciamo almeno a piazzare qualche friend o spuntone. L'arrampicata è varia e divertente, salvo qualche tratto di massi instabili e roccia marcia.
Dopo sei ore di viaggio in cresta, arriviamo sull'anticima del Sato Peak a quota 6100, il primo obiettivo che ci eravamo prefissati. Per raggiungere la cima principale (6200 metri) bisognerebbe scendere e reperire una cresta nevosa zigzagando tra alcuni seracchi. Purtroppo però le condizioni della neve sono sempre le medesime e decidiamo quindi di concludere la nostra salita su questa cima senza nome.
La discesa avviene lungo la stessa linea di salita, con molti tratti di arrampicata in discesa e qualche doppia dov'è più ripido o difficile. Nel tentativo di aggirare un torrione che in salita avevamo arrampicato, ci troviamo in piena parete sud su una sezione di pietre appoggiate l’una sopra l’altra che si muovono solo a guardarle. Perdiamo parecchio tempo per superare questa sezione ma con un po’ di paura riusciamo poi a tornare in cresta e da lì giù sino al colle nevoso.. Possiamo dirci in salvo!
Scendiamo lungo il ghiacciaio con le ultime luci e ci godiamo così un bellissimo tramonto sullo Jannu che come ogni giorno ci fa compagnia dominando con potenza arrogante quella valle immensa. Molte salite in Dolomiti o sull'arco alpino si concludono col buio, ma il sopraggiungere della notte quassù, tra i 6000 e i 5000 metri, a distanza di giorni da qualsiasi aiuto umano e senza possibilità di comunicare.. Ha un effetto del tutto diverso! L'arrivo alla tenda del campo base avanzato è quindi un bel sollievo. Ci togliamo gli scarponi e ci infiliamo nei sacchi a pelo vestiti così come sono, prima di crollare troviamo appena un po’ di forza per sciogliere della neve e condividere una busta di cibo liofilizzato.
I giorni successivi ci dedichiamo al riposo, al riordino del materiale e delle idee e al lungo rientro che ci separa ancora dal ritorno alla civiltà.
A caldo, le emozioni che ci travolgono sono molte, alcune positive, altre negative, prevale sicuramente il rammarico per non essere riusciti a continuare la scalata e raggiungere così anche la cima del Sato Peak.
Poi i giorni passano ed iniziamo a vedere con occhi diversi quello che abbiamo vissuto lassù. Avevamo bisogno di staccarci da una realtà che ci era quasi diventata normale per renderci conto invece della sua eccezionalità, e così della fortuna che abbiamo avuto nel viverla; forse anche parlarne con altre persone “esterne” ci ha permesso di valutare gli eventi filtrandoli con occhi e orecchie nuovi, curiosi di scoprire cosa avevamo trovato e vissuto lassù; e forse anche la semplice distanza geografica che ha significato tornare a temperature più confortevoli, sapori e pensieri diversi!! Quando siamo partiti per questa spedizione non sapevamo nemmeno se saremmo riusciti a trovare un modo per salire al campo base, se avremmo trovato dell’acqua o se la base della montagna che volevamo scalare era in qualche modo raggiungibile. Abbiamo camminato ed arrampicato in posti dove probabilmente nessun'altra persona aveva messo piede prima, in una spedizione totalmente auto organizzata, senza l’aiuto di sherpa e portatori, con tanti punti di domanda che hanno lasciato lo spazio all’avventura di crearsi giorno dopo giorno e farci vivere una vera esplorazione come da anni sognavamo di fare.
Decidiamo di chiamare la nostra cima Sato Pyramide per la sua forma piramidale e di avancorpo rispetto alla cima principale. Chiamiamo invece la nuova via Kalypso, un omaggio all’Odissea, nella cui lettura ci siamo immersi durante la permanenza al campo base come unico intrattenimento, in memoria della prigionia di Ulisse per la ninfa, sentendoci in qualche modo anche noi “prigionieri” dell’amore.. non per la ninfa ma per queste montagne che ci motivano a insistere e costruire nuovi futili progetti.
Storia successiva: South6